Il Risto-Dance delle notti folli e sguaiate

Sulla scia del successo ottenuto al Balcone Stefano Bravin mi chiese di occuparmi del locale che avevano aperto l’anno precedente e che si era rivelato un flop. Mi dava carta bianca, cosa apprezzabile, ma ciò che mi indusse ad accettare fu soprattutto il fatto che il locale occupava i fondi del cinquecentesco palazzo Cattaneo in via Garibaldi dove un tempo c’era il magazzino della casa d’aste Rubinacci di cui ero direttore.

La prima volta che c’ero entrato rigurgitava dei pezzi pronti per l’asta e io camminavo sopra i cassettoni. Avevo capito subito l’errore che era stato fatto nella precedente gestione. Cercavano di spacciare formaggi raffinati e gourmandise da abbinare a pregiatissime bottiglie di Amarone: assurdo. Il pubblico genovese del 2002 cercava una cosa sola, lo sballo. Intervenni con decisione sull’arredamento, aggiunsi un secondo banco bar, un divano di velluto rosso lungo dieci metri e tendoni teatrali. Nella cantina dei Barolo e dei Barbaresco ricavai un ufficio che sembrava l’antro della Pizia. La porta a vetri aveva quegli specchi che consentono di vedere attraverso, quando il frastuono e la confusione diventavano insopportabili mi rifugiavo lì, ma non ero mai solo e ben presto divenne il priveé più conteso della città. Ci passavano attori, cantanti, politici, nobildonne e moltissimi giovani. Una sera ci ho perfino organizzato una cena per il direttore della National Gallery di Londra. Ne rimase deliziato.

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