

Al Balcone ci ho lasciato il cuore
Il Balcone è nato dal nulla. Ero rimasto senza una lira e l’investimento, una piccola osteria con cucina senza boria ma elegante, costava quel poco che era rimasto: i mobili di casa venduti all’asta. Ero molto spaventato ma rifasciando personalmente le pareti e il soffitto di quel mezzanino con le pagine di vecchi libri mi rasserenavo.
La carta più antica si imbeveva come cotone, bastava un istante, invece i fogli delle edizioni novecentesche dovevano restare a macerare a lungo nei i secchi con l’acqua e il vinavil. Da solo sul trabatello ho lavorato per settimane smembrando i volumi.
Un dizionario settecentesco, alcuni testi giuridici, saggi di mitologia, opere religiose del primo ottocento zeppe di incisioni, e una pubblicazione degli anni cinquanta sulle razze canine, dalle cui illustrazioni signore eleganti e incappellate mostravano il volpino di Pomerania, con l’affettato birignao delle aristocratiche fasulle.
Là dentro si poteva immaginare di essere in qualsiasi parte del mondo, in un luogo senza tempo, dove la gente sorrideva e diventava più bella.
Dopo le prime terribili serate, spese a istruire una cameriera odiosa, mi sono reso conto che avrei passato la maggior parte del mio tempo con il personale. Dovevano essere simpatici. Così cercando tra i figli degli amici e i compagni di corso dei nipoti ho arruolato una dozzina di studenti che si alternavano al bar e in sala. In cucina poi c’era uno specializzando in psichiatria di raro talento che in caso di crisi depressive veniva molto bene.
Al Balcone è successo di tutto e quasi mi vergogno a parlarne. C’è stato il G8, ci siamo innamorati, ci siamo ubriacati e voluti bene, c’era una grande magia e se ne sono accorti tutti, tanto che Roberto Piccinelli lo ha definito su Repubblica “il locale più magico d’Italia” e la rubrica di Rai2 Costume e Società gli ha dedicato uno speciale.