Agli esordi della mia carriera un grande antiquario genovese a cui chiedevo lumi mi ha risposto: «Si ricordi che in questo mestiere la conoscenza non si chiede, si ruba».

Alla casa d’aste Rubinacci in via Garibaldi sono stato direttore e poi amministratore delegato per otto anni. Valutavo mobili, allestivo le esposizioni, curavo i cataloghi e facevo il battitore della seconda sala.
Piero Pagano, il Patron era un uomo di singolare cinismo e straordinario carisma. Suo zio Rubinacci aveva venduto dipinti antichi perfino a Goebels, e ci aveva pure guadagnato, lui ne aveva ereditato il nome e le capacità. Avevo poco più di trent’anni quando, di punto in bianco, mi chiese un incontro e mi propose di diventare il direttore della Galleria. Pensavo che ci sarebbe stato un minimo di avvicendamento invece Piera Costa, che mi aveva preceduto, mi mise in mano una mazzetta di descrizioni scarabocchiate a mano (non meno di settecento lotti dalla tazzina Limoges al salotto completo) e una agenda piena di numeri telefonici dicendo: «Per l’asta è già tutto fatto».

Tutto tranne: rintracciare i pezzi, individuarli tramite un numero d’ordine scritto su una microscopica targhetta adesiva che poteva essersi staccata ed era l’unica testimonianza che li legava al legittimo proprietario, attribuire il numero d’asta, impostare la campagna di comunicazione, spedire i cataloghi e fare l’allestimento. In meno di un mese… un bel battesimo di sangue.
Ho abbandonato quella che era diventata la Rubinacci spa nel 1992 e nel giro di un paio di mesi ho cominciato a collaborare come esperto del settore per numerose riviste. L’esordio fu con Dove, un amplissimo pezzo in occasione della grande mostra su Modigliani a Venezia, e i fiori all’occhiello la lunga intervista a Lele Luzzati, quella a Zoran Music e quella a Franca Malabotta per il Giornale dell’Arte.