“Che dice la pioggerellina di marzo
che picchia argentina sui tegoli vecchi del tetto,
sul fico, sul moro, ornati di gemmule d’oro?”
Erano poesie come questa, di Angiolo Silvio Novaro, che ci facevano studiare a memoria le suore Benedettine quando andavo alle elementari. Sarà per questo che mi ha tanto commossa il bombardamento poetico piovuto sabato su Piazza Matteotti. Gli ultimi foglietti volteggiavano ancora nel sole quando, con gli occhi umidi, mi sono chinata e ho raccolto un volantino: “POESIA IN VIAGGIO.
Questo bombardamento poetico sulla città vuole lanciare in tutto il mondo IL MANIFESTO DI GENOVA DELLA RIVOLUZIONE POETICA, una boccata d’ossigeno nel modo di concepire l’arte e la vita, dove i sogni e il quotidiano danzino insieme.” Quale poetica visione, che tenero incanto! Che si trattasse da Angiolo Silvio? E ancora proseguiva: “D’altronde, qual è il codice recondito che è dietro ogni forma d’arte? Eccolo: la migliore opera d’arte è la vita. Niente oltre, niente più” Che animo nobile! Che intenso gusto della parola!
Chissà però cosa ne avrebbe detto Oscar Wilde, lui sosteneva proprio il contrario: è la vita che imita l’arte. Ma via, questi sono paradossi, si sa. O forse si ignora? Comunque Ferlinghetti e Iodorowsky non me li volevo perdere. Ricordavo bene la “Montagna sacra” uno dei primi film del regista messicano giunto in Italia, l’avevo visto al Ritz, quando i multisala non c’erano ancora, ma i cinema d’essay sì.
Era il 1974, e questo tuffo nel passato mi garbava proprio, ma le minestre riscaldate purtroppo sono spesso amare. Alle 10 di sera a Palazzo Ducale l’atmosfera era incandescente, nel senso che si moriva di caldo. Un pubblico attento ed estatico sudava sulle sedie di plastica al centro del cortile maggiore nel disperato tentativo di afferrare un brano, anche solo una parola declamata dai poeti, ma il micidiale impianto di amplificazione distorceva e contorceva i suoni rendendoli assolutamente irriconoscibili.
Era una trovata degli organizzatori, o forse un atto di pietà del fonico? Frattanto una piccola moltitudine sciamava intorno con l’aria della festa, come a dire: «Beh, già che siamo venuti alla Sagra divertiamoci un po’! Dov’è lo zucchero filato?». Quando Jodorowsky e Ferlinghetti sono saliti sul palco per un istante tutti abbiamo taciuto, poi si è capito che la rivoluzione trent’anni dopo non fa nemmeno ridere.
Giacevo boccheggiante con Paolo Germinale su di uno scalino rimembrando un vero festival di poesia degli anni settanta (fu stupendo, si tenne nei giardini di Tursi), e mi domandavo se anche per il 2004 potremo contare su eventi artistici così… come dire, alla buona! Le parole del Sindaco Beppe Pericu, in un breve colloquio di alcuni mesi or sono, mi assicuravano: la grande maggioranza dei finanziamenti straordinari verranno usati per opere permanenti e per l’effimero resterà ben poco.
Mi pare saggio, ma forse le due cose potrebbero coincidere. Si perché Oscar Wilde aveva ragione, a Londra non esistevano i tramonti prima che i pittori impressionisti li dipingessero, o per lo meno nessuno se ne era accorto. E’ la vita che imita l’arte, non il contrario. E allora perché non chiamiamo Greeneway, e Christo (che ci impacchetti un po’ via XX Settembre) e molti altri. Affidiamo per i 12 mesi del 2004 ad ogni artista un vicolo, una piazza e lasciamoli fare.
Potremmo vedere cose straordinarie mettendo la città in mostra, e sicuramente per Genova sarebbe promozione su un livello ben diverso da quello del vezzeggiatissimo turismo di torpedone.