Quanta nostalgia per quegli sguardi in tralice, lanciati da occhi ombreggiati di folte ciglia nere, e per quel roco richiamo: «Sei a posto? Vuoi del fumo?» (Canabis Indica). Camminando per i vicoli del centro storico non era infrequente udirli, e credo che anche al di fuori della cinta muraria medievale esistessero numerosi luoghi deputati (non so, non frequento), ma ormai tutto è finito.
La settimana scorsa è passata la legge sugli stupefacenti voluta da Fini. L’effetto è stato immediato. Certo permangono i luoghi, gli sguardi rapaci e i sordi richiami, ma l’offerta è migliorata! Ora sul mercato si trova solo cocaina. Mi sembra anche logico, la dama bianca rende molto di più in termini economici (inoltre i clienti si affezionano tantissimo), eppure in termini sanzionatori va alla pari con il caro vecchio spinello! Che legge illuminata! Informata di certo sui più recenti studi scientifici, e aggiornata della fotografia Istat sul consumo di alcolici in Italia, va bè, in vino veritas!
Persa nelle mie considerazioni avevo ormai imboccato l’ultima rampa di vico del Ferro, e sbuffavo come un mantice per l’erta salita (tanto ora ci pensa Sirchia a togliermi il viziaccio del fumo). Dovevo raggiungere la galleria d’arte di Marco Canepa in via Caffaro, per l’inaugurazione (martedì scorso) della mostra “…Forse”, di Alessandro Gallo. Un bestiario fotografico, rigorosamente in bianco e nero, che gioca coll’equivoco e col surreale.
C’era un bel po’ di gente, ma io ho chiacchierato quasi tutto il tempo con Augusto Cosulich che, dopo avermi intontita di complimenti, mi ha avvinta con una panoramica sulle ultime mostre internazionali d’arte contemporanea. Diamine, non immaginavo che fosse un appassionato collezionista, d’altronde è risaputo che a me interessano di più le nobili vetustà delle ardenti ricerche giovanili, quanto meno in termini artistici! Infatti scendendo in piazza Fontane Marosi mi sono un po’ rabbuiata al cospetto della restauratissima facciata di palazzo Negrone.
Quell’imponente prospetto avrebbe dovuto risplendere di colori vividi e smaglianti nelle lucide giornate di tramontana, e rallegraci il cuore nell’uggia dei giorni piovosi. Invece la tinta salmone sciapo profilata di grigio mi rattrista, come ogni occasione perduta. Le tinte dei palazzi vincolati sono scelti dalla Sovrintendenza.
Mi si dice, che vengano effettuati saggi per valutare le stratificazioni del colore nel corso dei secoli, e la scelta finale venga valutata caso per caso. Appare tutto molto scientifico, ma io non credo che sia tanto facile e oggettivamente scientifico comprendere una tinta quasi scomparsa su un frammento di intonaco vecchio di due o trecento anni e riprodurla.
La naturale ritrosia e il riserbo, così connaturato con il ligustico comportamento, non si è mai espressa nelle facciate dipinte che al contrario sono vivacissime. Lo sanno tutti. Credo che gli stimatissimi funzionari statali nutrano una personale predilezione per le tinte smorzate, che suggerisco loro di usare prevalentemente nell’abbigliamento. Io un palazzo del seicento tinta cammello, come quello ultimato in piazza Caricamento, non mi aspettavo di doverlo vedere!