Per Gesù un nuova via crucis
Angiolina Priod
30 ottobre 2002

Forse vi sembrerò antiquata, ma devo ammettere che sul crocifisso mi schiero di slancio al fianco dei nostri esimi amministratori della destra. Ad alcuni saranno parse ridicole le perorazioni per il ripristino del sacro simbolo nelle aule scolastiche e uffici pubblici avvenuta in consiglio comunale, ma il crocifisso, rappresenta qualcosa che appartiene al nostro retaggio, una sorta di inconscio collettivo, anzi un super ego collettivo. Perché dovremmo rinunciare ad una memoria tanto dolce?

Io per esempio alle elementari frequentavo un istituto retto da un noto ordine di religiose. C’era una bella villa, un grande giardino e naturalmente l’effigie del Salvatore si stagliava, trafitto alla sua croce di dolore, bene in vista sui muri di tutte le aule. E anche nei corridoi e nel refettorio.

Ora io non ho avuto il dono di una fede incrollabile, diciamo che i miei sentimenti religiosi sono spesso stati tiepidi e discontinui. Anche da bambina, facevo dei gran fioretti ma non riuscivo quasi mai a mantenerli. Quindi in senso catechistico altalenavo da un’apatica indifferenza, al fervore più devoto, e poi sprofondavo in un angoscioso senso di colpa non disgiunto dalla paura, per niente trascurabile allora, delle Fiamme Eterne! Rifugio alle mie pene e fonte di sempre rinnovata consolazione era il crocefisso.

Le figurine in pasta d’avorio erano cesellate con cura meticolosa, i particolari anatomici descritti con amore e maestria: la testa reclinata sulle le spalle, il petto, il ventre scarno e le lunghe gambe. Solo uno straccetto si drappeggiava su quel corpo, coprendo giusto l’inguine. Il materiale poi dava alla pelle una levigatezza ed un lucore irreali. Come erano belli!

Devo confessare che alzando gli occhi ad essi la preghiera, a volte, si stemperava in una sorta di rapimento. Quelle immagini hanno procurato i primi confusi turbamenti dei miei sensi. Perché defraudare le future generazioni della possibilità di una esperienza così ricca e intensa? In nome di cosa dunque dovremmo privarci di tutto questo? Anzi certa di un fausto esito della proposta mi permetto di suggerire l’adozione di un Cristo in avorio di manifattura francese del XVII secolo (il settecento è stato un secolo decisamente troppo laico), su una croce in legno di noce lucidata a gomma lacca con puntali in argento punzonato Torretta.

Certamente sarebbe oltremodo oneroso reperire un numero così elevato di originali, ma scelto un modello, tra quelli custoditi nei civici musei, se ne potrebbero fare tante quante copie si vogliono. Penso che per un quantitativo ingente la cifra cadauno non dovrebbe superare i 200 euro. Si è un po’ caro, lo capisco, forse però - ora che Genova ha scoperto la sua indole turistica - si potrebbe recuperare una parte delle spese mettendo in vendita i crocefissi nei book-shop dei musei. Tanto gran che d’altro da comprare non c’è.