Nei giorni scorsi c’era stata una affannosa caccia ai posti per la prima dell’Aida. Molte le personalità escluse. Il teatro era gremito e nell’aria si percepiva la tensione di una promessa: “Ridarò lustro e vigore al Carlo Felice. All’alba vincerò”. Sì lo so, la citazione non è inerente, ma erano queste le parole che echeggiavano nei corridoi, rimbombavano nei saloni, si bisbigliavano tra le file. Chi più chi meno tutti si aspettavano che succedesse qualcosa.
Pochi pensavano di vedere uno spettacolo. Seduti a poca distanza, in nona fila, Duccio Garrone e il sovrintendente dell’Opera Nicola Costa (responsabile delle nostre attese) si sono scambiati solo sorrisi e cortesie, ma che fosse una pace armata non sfuggiva a nessuno, e mentre Nicola rinsecchiva nella poltrona, Garrone lievitava, godendosi gli omaggi e i tributi del suo entourage e zone limitrofe.
Le effusioni con Biondi, abbondanti e sonore, sono avvenute praticamente sul palco, impossibile non notarli. Mi domando a cosa mirino le picconate di Mister ERG, dopo la Sampdoria vuole comprare anche il Carlo Felice? Perché no, il calcio e l’opera mostrano inquietanti analogie: nessun interesse per l’eleganza e molta all’asserzione del sé.
Comunque quella che doveva essere una rivincita del nostro sovrintendente si è trasformata in una disfatta, a partire dall’incipit della serata: la piccola mostra sul canale di Suez. Nell’allocuzione l’oratore francese era affiancato da Luigi Torelli, il discendente di un degli artefici del faraonico progetto.
Questo scostante personaggio prima ha irritato il rappresentante gallico esaltando la partecipazione italiana all’impresa, poi ha bacchettato severamente i genovesi ricordando loro come il suo avo fosse riuscito a vendere azioni della società in tutta la penisola tranne che a Genova: il porto più importante del mediterraneo, la città che avrebbe tratto maggiori vantaggi dall’apertura del canale.
L’allestimento di Aida in realtà non è per niente male, e sono molto dispiaciuta per il regista e lo scenografo che hanno fatto un lavoro stupendo condotto con grande eleganza. Sarà anche vero quello che diceva Carla Viale (ve la ricordate la psicologa di Raffaella Carrà?) che la gente è rimasta delusa perché mancavano gli elefanti. Può darsi che la scena poco tradizionale abbia destabilizzato una parte del pubblico, ma un’esecuzione decente li avrebbe tenuti a bada, invece la direzione era meno che mediocre e i cantanti terribili.
Michele Claretta, il panettiere melomane della Posta Vecchia, era furioso. L’ho intercettato in una discussione con Fernanda Contri: “In Celeste Aida il tenore non ha fatto l’acuto! Ha cambiato la partitura! La figlia del Faraone poi era una vera gallina, e non sapeva nemmeno la pronuncia. Aida discreta, niente di più, e c’era uno scollamento tra coro e orchestra! Se non riescono a mettersi insieme che facciano qualche prova in più”. L’onorevole conveniva.
Il momento più imbarazzante è stato l’applauso al trillo di un cellulare che qualcuno, nel secondo tempo, ha artatamente fatto squillare. L’uditorio si è sciolto in un goliardico applauso, l’unico spontaneo e fragoroso della serata, infatti alla fine più dei fischi, sonori e prolungati, stupiva l’assenza di battimani.
Nel Foyer, alla cena fredda offerta alle maestranze dalle balde dame dell’associazione Anici del Carlo Felice, si è clamorosamente fatto finta di niente. I cantanti erano tutti presenti tranne Aida , e il gioco era sparare sul pubblico: “E’ troppo innovativa! I soliti genovesi provinciali! Non hanno capito niente!” Insomma al pubblico non è piaciuta l’opera, e all’opera non è piaciuto il pubblico.